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Search Fund: l’asset class in via di sviluppo anche in Italia.

Nato nel 1984 negli Stati Uniti dall’ideatore H. Irving Grousbeck, professore alla Business School dell’Università di Standford, il search fund è un veicolo di investimento attraverso il quale il promotore o searcher, solitamente una figura professionale con esperienza manageriale, raccoglie capitali (attività denominata altresì come fundraising) da investitori con il successivo fine di individuare e acquisire una PMI o un’azienda a conduzione familiare, gestirla attivamente con un’ottica di lungo termine.

Il search fund si presenta come una novità nel panorama del private equity: l’obiettivo è quello di individuare aziende solide, con un business consolidato, ricavi ricorrenti e redditività stabile (EBITDA tra 1 e 5 milioni), acquisirle, sviluppare il business e poi rivenderle dopo 5/7 anni.

Come nasce un search fund

Le fasi di sviluppo di un search fund sono 5 e richiedono una viva collaborazione tra searcher e gli investitori.

Ruolo cruciale viene svolto chiaramente dal promotore che, nella prima fase, dovrà raccogliere il capitale iniziale – altresì denominato “initial search capital” – da un numero di investitori che generalmente oscilla tra i 15 e 25. Tale capitale, circa 400/500 mila euro, sarà poi utilizzato per finanziare la fase di ricerca di una PMI da acquisire (generalmente in un arco temporale di circa 18/24 mesi). Con esso vengono generalmente pagati:

  • i compensi del/dei promotore/i (una parte fissa periodica per l’attività di ricerca e per la negoziazione della società target, un compenso, in genere per la carica come amministratore delegato, per l’attività di gestione della società target post acquisizione, e un compenso variabile, sotto forma di equity, al raggiungimento di determinati obiettivi condivisi con gli investitori);
  • le spese di gestione e di consulenza per la strutturazione dell’operazione (redazione di patti parasociali, statuti e costituzione di una o più Newco (a seconda di quale sarà il veicolo che acquisirà la società target) e
  • le spese per la ricerca della società target.

Nella seconda fase, il promotore si ritroverà ad effettuare la ricerca dell’azienda target, avente le caratteristiche sopra menzionate. Una volta individuata la società più rispondente alle esigenze, il promotore dovrà negoziare i termini dell’acquisizione con la potenziale parte venditrice, effettuare la due diligence, per il tramite di consulenti incaricati, e strutturare l’investimento tramite una seconda raccolta di capitale, denominata “acquisition capital”.

Con la terza fase, il promotore chiederà quindi agli investitori iniziali, che solitamente hanno diritto ad aumentare il loro investimento attraverso un moltiplicatore vantaggioso, il capitale a supporto dell’acquisizione. Gli investitori iniziali non hanno chiaramente l’obbligo di apportare il capitale a supporto dell’acquisizione e, qualora il capitale raccolto non sia sufficiente per l’acquisizione, il promotore potrà ricercare nuovi investitori interessati a questo tipo di operazioni sul capitale, diluendo la partecipazione degli investitori iniziali, o mettere in liquidazione il veicolo costituito.

Dunque, come si evince sin qui, il capitale richiesto agli investitori verrà fornito in due fasi: un importo minore per finanziare la ricerca (“capitale iniziale di ricerca”) e un importo superiore per finanziare l’acquisizione della società (il c.d. “capitale di acquisizione”).

Una volta acquisita l’azienda (quarta fase), la gestione e lo sviluppo della società viene generalmente affidata al promotore con l’ausilio, ove sia necessaria la trasmissione del know-how, dell’imprenditore venditore per un periodo di transizione. L’ultima fase di un search fund consiste nella c.d. exit, momento in cui vi sarà l’uscita dall’investimento per il promotore e gli investitori. L’obiettivo finale generalmente si rinviene nella vendita a soggetti industriali più grandi, ad un fondo di private equity o nella quotazione in mercati regolamentati.

Vantaggi e svantaggi del search fund

Un possibile svantaggio, specialmente riguardo alla quarta e quinta fase, si potrebbe riscontrare nelle tempistiche piuttosto lunghe per raggiungere gli obiettivi finali nonché nella gestione dei rapporti interni tra i numerosi investitori ed il promotore. Tra le ragioni del successo di questo asset class, invece, si annovera il fatto che è un tipo di investimento meno aleatorio rispetto ad altri. Difatti, suddividendo l’investimento in due fasi preliminari, nel corso della prima raccolta di capitali, l’investitore, a fronte di un esborso – e quindi di un rischio – minore, avrà anche la possibilità di valutare attentamente le capacità del promotore e le performance della società target prima di decidere di aumentare il proprio investimento.

Conclusioni

In Italia tale tipo di asset class è ancora poco diffuso. Ciò nonostante, viste le caratteristiche delle numerose PMI gestite a livello familiare, specialmente quelle con un passaggio generazionale difficoltoso e non sempre proficuo, questo strumento si presenta come un terreno fertile e un’importante opportunità per molti potenziali investitori che vogliono investire in realtà consolidate ma con potenzialità di ripresa, senza il livello di rischio solito delle operazioni di private equity. Non vi è dubbio, tuttavia, che la strutturazione dell’operazione e la definizione di patti parasociali, ben organizzati e rispondenti alle esigenze e al coinvolgimento delle parti nelle varie fasi dell’operazione, rivestono un ruolo determinante per facilitare la gestione dei rapporti tra i numerosi investitori coinvolti.

Il presente articolo ha il solo scopo di fornire aggiornamenti e informazioni di carattere generale. Non costituisce pertanto un parere legale né può in alcun modo considerarsi come sostitutiva di una consulenza legale specifica.
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